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Una cascata d'armonici. E poi lo sfregamento dei polpastrelli sulle corde. E i bassi, naturalmente. Mi carezzo una ruga e me la stiro

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sabato, 22 agosto 2009

Se Santa Sei

Per aprirla usò il coltello che aveva nel cassetto, uno di quei coltelli da due soldi col manico di plastica bianco e la lama seghettata.
Una volta era appartenuto ad un collega che poi era morto e lui se l'era tenuto per ricordo.
Sulla busta (di quelle gialle, foderate all'interno di plastica bollosa) c'erano delle istruzioni vergate a china.
Una bella calligrafia a stampatello: sicura, precisa, un tratto senza indecisioni.

Dicevano:

ISTRUZIONI PER IL DESTINATARIO

UNA VOLTA APERTA LA BUSTA,
ROVESCIARE IL CONTENUTO DELLA
SUDDETTA SULLA SCRIVANIA
TENENDO LA BUSTA SOLLEVATA
RISPETTO A QUESTA
D'ALMENO UN DIECI CM

Più in basso, sulla destra, il disegnino di un personaggio.
I lineamenti del volto praticamente inesistenti.
Due puntini al posto degli occhi e sembrava che avesse le orecchie a sventola o una cuffia o un casco o - chi lo sa -  come dei paraorecchie. 
Qualunque cosa fossero, erano due protuberanze.
Sulla testa, racchiuso in un fumetto, campeggiava un punto interrogativo.

Sul margine della busta un'altra scritta - vergata con una punta più sottile -  diceva:

(malamente copiato da G.P.)

Prima d'aprire si chiese se la circostanza - ricevere una busta da una sconosciuta, una con cui aveva scambiato certe impressioni riguardo a un libro letto e oramai quasi dimenticato - non potesse nascondere qualcosa di pericoloso.

Pensò al carbonchio.
Anthrax.
Ne sorrise.

Gli ci vollero 2' 38'' per scalzare il lembo della chiusura.
Sulla busta l'ufficio postale aveva incollato un'ulteriore busta di plastica trasparente che ospitava, in una tasca al suo interno, la copia della raccomandata (si trattava perciò di una raccomandata!) da consegnare, com'era stato fatto, a lui, il destinatario.

Durante quei 2' 38'' ebbe modo di riflettere sul fatto che è proficuo, anche quando si eseguono operazioni così delicate quali aprire una busta - operazioni che hanno cioè lo scopo di violare e contemporaneamente preservare, operazioni dunque antitetiche in se stesse, violare e preservare, profanare evitando di lasciare tracce di un passaggio - è proficuo, lui pensava, in questi casi, avere un atteggiamento ed un modus operandi sicuro, preciso, senza indecisioni.
Una buona metà di quell'arco di tempo era volato via che cincischiava con il coltello lungo il bordo, invano.
Non era riuscito ad aprirsi un varco.
Tutto questo, per via dell'incertezza.
Quando aveva affrontato il problema di petto - un bel taglio deciso eseguito a mano ferma - tutto era stato poi così naturale, conseguenziale, la fessura che si allargava, la strada che si apriva.

Pensò alla ragazza con i capelli rossi (Nicole?) tanti anni prima, un'estate, che gli si era concessa.
"Che razza di termini sto usando?" - pensò di se stesso che pensava - "concedere, così anacronistico e falso".
Eppure con quali altre parole poter dire?
Nitida nella sua mente Nicole in bikini nero, poi nuda sul letto e lui che gli ci struscia sopra.
Sudati lerci, lui gli ci struscia e non sa come entrare.
Ci vuole decisione nella vita.

Quando il lembo ha ceduto si è domandato e adesso?
Sulla scrivania ci sono due libri, un telefono, un foglio formato A4 su cui sono poggiati dei sassi.
In mezzo a questi sassi è incastrata una foto plastificata dov'è ritratto suo padre che sorride.
Alle spalle ci sono le foto delle sue figlie.
Il padre avanti, le figlie in secondo piano.
Non si impallano, è una sorta di rappresentazione.

Capovolge la busta a 10 cm. dalla scrivania, come da istruzioni impartite.
Una pioggia di stelle di plastica verde acquamarina, un foglio ripiegato in tre e un altro foglietto scivolano giù con un lieve fruscio.
Resta a guardarli con un sorriso stampato sulla faccia.
Pensava di trovarci una lettera, e invece.
Questa, che sembra  una rappresentazione.
Ora che ci ripensa, però, la donna è un architetto, sicché il disegno, la calligrafia e così lpure l'uso di punte di diverso spessore, tutto questo appare così logico e normale.
Non si aspettava le stelle, poi chissà perché.
Le osserva attentamente una ad una.
Si tratta di normali stelle a cinque punte, di varia misura, tagliate a mano grossolanamente.
Questo è strano, il taglio che è appena abbozzato, alcune non sembrano neanche delle stelle.
Lo sono solo perché lo sono tutte le altre.
Le conta (è solo una scusa per toccarle?).
Sessantasei.
Sembra un numero con una ragione ben precisa: è divisibile, simmetrico e com'era quella filastrocca da bambini?

80 voglia di te
70 ne hai di me
66
16 di volermi bene
  6 tutta la mia vita

Se santa sei.

La figlia minore, nella foto che è alle spalle di suo padre, a casa ha delle stelle fosforescenti appiccicate al muro.
La sera, quando spegne le luci per andare a dormire, per un po' luccicano e sembra tutto un cielo stellato.
Talvolta lui adora dormire sul letto di sua figlia.
Si legge un libro, qualche pagina in attesa che venga il sonno e sul muro ci sono quelle stelle.
mercoledì, 05 agosto 2009

Miracolo Italiano (morti bianche, essere e apparire, bestemmie ed altro)

Questo qui in calce è il racconto con cui Piera Ventre ed io abbiamo partecipato ad una lodevole iniziativa intitolata "Aquattromani", patrocinata, se così posso dire, dall'ottimo Remo Bassini.
Avrebbero dovuto esserci un tot di racconti anonimi; i partecipanti avrebbero dovuto esprimere, secondo un certo criterio, il loro voto; sarebbe stato reso noto il nome degli autori; sarebbe stata stilata la lista con le preferenze ricevute; avrebbe visto la luce finalmente l'ebook dell'edizione.
In pratica ci si giocava l'ordine di impaginazione e questa mi pare un'ottima cosa (un ordine, è bene sottolinearlo,  particolarmente articolato che ricalcava la logica con cui vengono accoppiati generalmente i contendenti in un torneo: le teste di serie contro i deboli , lo scopo è mantenere costante il bilancio delle forze in campo fino alla fine)
Ho usato non a caso un mucchio di condizionali.
Il fatto è che le cose sono andate un po' a ramengo.
C'è stata qualche polemica su voti, votazioni, giudici e pregiudizi.
Per farla breve, i racconti verranno impaginati seguendo l'ordine con cui furono pubblicati (questo mi pare d'aver compreso; francamente non ho seguito fino in fondo la polemica).
E ora veniamo a "Miracolo Italiano".
Nel racconto, lo premetto, ci sono un paio di bestemmie.
Chi per un motivo o un altro non sopporta la bestemmia è avvertito: non lo legga.
Quando abbiamo scritto "Miracolo Italiano" sapevamo benissimo che ci saremmo alienati qualche simpatia.
Questa edizione di "Aquattromani" aveva un tema: l'italia di oggi.
Piera avrebbe voluto parlare delle morti bianche.
La statistica dice che le morti bianche si consumano prevalentemente il primo giorno di lavoro.
Io ero affascinato dalla questione "essere e apparire".
Si dirà che c'entra poco con l'Italia (è ciò che mi ha detto la stessa Piera quando le ho proposto il personaggio che avevo in mente).
Questo è quello che le ho risposto via mail.

"...hai perfettamente ragione riguardo al fato che sì, questo tema rappresenta un sentire mondiale e non caratteristico di questa italietta e basta. ma noi abbiamo il presidente del consiglio che fa da epitome ed
esempio e - fatta eccezione per Gheddafi o, se guardiamo al passato, per Bokassa e qualche folle fanatico raìs del centroafrica o del sudamerica - non mi sembra poca cosa.
ho parlato di tronisti e di veline.
come al solito: io accenno un tema, tu sei molto più precisa; io sento una traccia, l'intuisco vagamente; chissà perché, penso sempre che chi ho di fronte sia sintonizzato.
insomma, il tronista e la velina non hanno importanza in sé, ma si incastrano, e fai lo sforzo di capirmi, con quell'immagine di Berlusconi che apparentemente si deterge il sudore della fronte mentre in realtà si sta dando una botta di make up in parlamento (hai presente, no?)
questi soggetti incartapecoriti di cui vediamo (e purtroppo valutiamo, siamo condizionati dal) la mera apparenza polimerica. che razza di leggi potranno produrre, abrogare, discutere?
mi piacerebbe, non saprei come (e nel non saperlo parlavo di tronisti e veline) che oltre alle morti bianche si accennasse a questo aspetto che non è forma ma è sostanza, è etica."

Ed ora voglio tornare alla questione della bestemmia.
Il personaggio che avevamo in mente è uno che ogni tre quattro bestemmie c'è caso infili una parola "normale".
Ce ne sono a pacchi, un'infinità di persone così.
Non so come si possa fare ad ignorarli.
Potevamo sostituire "porca" con "per la".
Metricamente, musicalmente sarebbe stato un cambiamento impercettibile.
Ma i fake stavolta abbiamo deciso di mandarli a cagare.
Questo è soltanto un racconto, non vuole migliorare nessuno, è come una fotografia: è soltanto quello che (non) vedi.



11. MIRACOLO ITALIANO
di Piera Ventre e Mauro Calenda

Certo che ci pensava al suo futuro! Mica voleva restare impantanato come suo padre, a smoccolare sotto la sferza del padrone finché in bocca non gli sarebbero rimasti che due denti e tutti i rinfacci del fiele di una vita. Aveva visto e rivisto quel film, La ricerca della felicità e pretendeva il sogno americano. Anzi, meglio: il miracolo italiano. Per raggiungere la felicità bisognava impegnarsi, questo aveva imparato; che non viene giù dal cielo come una grazia, che bisogna conquistarla, crederci fino a buttare il sangue.
Studia!”. La perdente giaculatoria di sua madre. Per anni non aveva fatto che ripetergli questo: “Studia!”. Ma a cosa cazzo gli sarebbe servito starsene tutto il tempo sui libri? A fare la fine di suo cugino Nicola, laureato con lode e il culo vizzo appiccicato sulla postazione di un call center? Naà! Lui aveva studiato, sì, ma davanti alla tivvù. E aveva capito che, per fare strada non bisognava conoscere la geografia, per realizzare il suo miracolo italiano non gli occorreva masticare l’inglese. Il cantiere era soltanto un contentino. Gli serviva per pagarsi la sauna, la palestra e far tenere chiuso il becco ai suoi vecchi. Lui gliel’avrebbe detto a cose fatte, a tutti quelli che lo conoscevano, “avete visto, eh, di cosa sono stato capace?”
Da un anno ormai tutte le sere si allenava. Era arrivato a fare cent’ottanta piegamenti sulle braccia; a mani aperte, coi pugni, con lo schiaffo, come quelli che faceva Robert De Niro in Taxi Driver. E poi duecento addominali perlomeno. Saliva e riscendeva e, nel frattempo, si controllava in faccia allo specchio la scacchiera dell’addome. E che bellezza quell’addome a tartaruga! Poi la depilazione. Tutto quanto s’era fatto levare, persino le sopracciglia si era sfoltito, un taglio preciso ad ala di gabbiano. E si era completamente rasato la capoccia. Ci spalmava la crema antirughe, sul cranio liscio e la faccia, mattina e sera.
Si preparava. Anzi, era già pronto per svoltare.
Il provino per il Grande Fratello, di lì a poco.
E adesso eccolo là, schiattato in mezzo al cantiere. Inzuppa rena e cemento con la sua roba, sbrodola giù, schifoso, pare un fantoccio scassato, lo stramadonna troia di un accidente.
La cazzuola aveva mulinato nell’aria, poi l’urlo, la parabola del volo e infine il tonfo: sordo, di schiena.
Aveva sentito sciamare miliardi di formicole in capa, una corrente, e ci aveva provato, cazzo, ad alzarsi da lì, rabbioso, non è niente, seh, non è niente, le formicole dovunque. Poi manco quelle. Aveva cercato di muovere le gambe, ma niente, nessuna reazione, e lungo le braccia  un via vai come di insetti.
Poi il bordello degli operai col capomastro: chi piangeva, chi bestemmiava in dialetto e, per finire, l’urlo della sirena, la barella, l’ambulanza. Una lesione profondissima al midollo. Immobile, seccato dalla vita in giù. Sua madre non fa altro che portarsi i fazzoletti ciancicati agli occhi, ciabattando nella stanza dell’ospedale. Suo padre, assieme al capocantiere, si era dato da fare a ribadire ch’era veramente una sciagura cadere dal ponteggio durante il primo giorno di lavoro. Del resto è così che funziona da sempre, una mano lava l’altra si dice, no?, e tutte e due lavano il viso.
La saggezza dell’Italia popolare.
Nella disgrazia però aveva avuto gran culo. La faccia, per dire, non gli s’era rovinata. Qualche graffio, sì, qualche ematoma, ma i denti graziaddio li aveva ancora tutti.
L’infermiera gli ha prestato uno specchietto. Con cura lui si controlla il viso. Le sopracciglia necessitano di un’attenta sfoltita: bisogna  darci dentro di pinzetta per ritracciare gli archi ad ala di gabbiano. La felicità non è una cosa semplice. E’ il becco spalancato di un uccello da nutrire a molliche. Cosa aveva imparato da quel film? Che quando si cade ci si deve rialzare. E lui, porcamadonna, l’avrebbe fatto. Anzi, lui lo sta bell’e che facendo.
“E’ tutta gente da mille euro al mese” – si dice, ripensando ai parenti e agli amici – “Ma quando cazzo vincono mai, co’ ‘ste facciacce? Blaterano di valori, di apparenze e poi, va’, piangono per un graffio, una malattia, perché sono ingrassati o gli hanno rubato il motorino” .
L’infermiera gli chiede se può sospendere un momento perché deve controllargli la fasciatura.
Il lupo in lui, quando ripone lo specchietto sul comodino, pensa e sorride “Lo so, troia, che cosa ti stai chiedendo. Se sono ancora in grado di armare. Un vero peccato, ve’?, tutta ‘sta grazia sprecata”.
Ha la certezza che la felicità sia lì vicino; che l’incidente, la sua attuale condizione, le cause all’origine della disgrazia siano dettagli preziosi. Sono i dettagli che fanno il personaggio.
Si vede opinionista, testimonial e, perché no?, corteggiato da uno schieramento.
Deve soltanto continuare ad allenarsi.
E presentarsi a quel cazzo di provino.
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:15 | link |
categorie: truculenze, sciapò, e graziassài
giovedì, 25 giugno 2009

L'importanza di " A-S-S-S " (*)

Una bambina va a scuola e all'intervallo chiede alla maestra : "Quali sono le cose più importanti nella vita?"
E la maestra: "Gli aggettivi, la matematica..."
E la bimba: "No! A-S-S-S!"
Il giorno dopo ci sono i colloqui e il papà di questa bimba ci va, e mentre la maestra spiega, viene fuori che sua figlia (del papà) ha detto che le cose più importanti nella vita sono A-S-S-S.
E il papà dice: "Certo! Sennò che sono? Gli aggettivi e la matematica?".
Il giorno dopo a scuola la bimba alla maestra: "Quali sono le cose più importanti nella vita?"
E la maestra: "A-S-S-S!"



(*) Ove la S, onomatopeicamente ricalca quella del cantante Jovanotti. Si tratta cioè di una S zeppolosa, quel suono che fuoriesce quando la punta della lingua poggia tra le arcate dentarie anziché sul palato ed impedisce perciò alla S di sibilare correttamente. A-S-S-S!
postato da: fuoridaidenti alle ore 19:39 | link |
categorie: filialia
sabato, 13 giugno 2009

Sferaquantica Un incubo reale

Chick67 (professore, ricercatore, non lo so) è uno tra i tanti che ho conosciuto nella rete (in senso virtuale; non ci siamo mai visti). Ci siamo scambiati opininioni sui libri, in Anobii. Aveva un blog, Chik67, che adesso ha chiuso i battenti. E gli avevo scritto che era un peccato, perché, oltre che lettore, ricercatore e non so che altro, Chik67 scrive molto bene. Stamattina mi ha lasciato un messaggio

"Bentornato su Anobii. Visto che tempo fa mi avevi chiesto del mio blog ti mando l'indirizzo di un instant blog che mi serve per masticare un po' di ore - magari ti ci fai su una risata."

Sferaquantica

Chik67 sta approfittando di un bug per postare da un albergo molto lontano quello che lui ed altri ricercatori stanno vivendo in questi giorni.
Non anticipo altro.
Vi invito a leggerlo.

(Aggiornamento delle 20.30)
Il blog cui il link fa riferimento per ragioni di... privacy è temporaneamente inibito.
Qui habuit habuit habuit.
Qui dedit dedit dedit.



postato da: fuoridaidenti alle ore 10:41 | link |
categorie:
mercoledì, 10 giugno 2009

Ricordandoti

Avevamo litigato per quel post (che cazzata; si potrà litigare per un post?).
Da allora è passato un anno e mezzo.
Un anno  è passato invece da quando sei morto.
Oggi sarebbe il primo anniversario.
Allora mi sono riletto i messaggi che ci siamo mandati in privato.
Da scompisciarsi.
Spomodorando, i termini che usavi.
Spero ci sia Schopenhauer là, e Isherwood, e Simenon, che gli piaceva la figa.
Mi manchi.
TI ho voluto bene.
E' un bene avere un blog inibito ai commenti, alla fin fine.


"...con quell'aria da commiserazione che quando entro in quel blog i miei maroni si mettono a lutto.
stai bene, fratello, problemi non ce ne saranno."
Maria Strofa
postato da: fuoridaidenti alle ore 11:00 | link |
categorie: sciapò
venerdì, 05 giugno 2009

One Very Important Thought



Bangkok, 27/5/09

Ciao Mauro,
un'altra cosina da un altro paese.
Questa non è una cartolina ma il disegno di un bambino birmano che frequenta una della circa 60 scuole che ci sono a Mae Sot, cittadina tailandese al confine con Burma dove si stima ci siano circa 250.000 MIGRANT WORKERS ossia i (illegibile) che passano il labile confine tra la Thailandia e la Birmania per scappare dalle persecuzioni etniche e per trovare un lavoro che dia un poco di sostentamento.
E' un contesto molto interessante e con davvero tanti bisogni dimenticati.
Ecco, le casette qua son così: palafitte in legno e capanne con strutture in bambù e tetti di foglie intrecciate.
E poi chissà, forse questo bambino vorrebbe una bici.

                                        Un saluto
                                         Vouvoltar
                                                                           illegibile
                                                                           illegibile

P.S. = Bello il progetto "Cornice"




Non è buonismo da due soldi, caro Vou, ma fammi sapere se, come e cosa fare per procurare, a questo bambino o a un altro, una bicicletta.
Quel post, Cornice, anche se non ha vinto è stato pubblicato qui e ne sono soddisfatto (anzitutto per la disegnatrice e poi per voi, tutti quelli che mi hanno spedito cartoline da ogni parte del mondo).
Ho ordinato qualche copia del libro e sarò felice di mandartene una sicché dammi il tuo indirizzo
Mi trovo nel mio ufficio e ascolto i Boards of Canada (conosci?)
Il titolo del brano dà il titolo a questo post.
E' una coincidenza che mi ha fatto sorridere.
Pensieri molto importanti e in mezzo un mare di cazzate.
Vado; se esiste un dio, ti benedica.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:50 | link |
categorie: e graziassĂ i
lunedì, 01 giugno 2009

Da questa parte e dall'altra, niente a pretendere, il confine

Non so se hai presente quei racconti americani dove la descrizione delle cose, le situazioni, le storie, non hanno, non sembrano avere l'obiettivo d'inchiodare il lettore ad una trama e lasciarlo - di qualunque cosa si tratti, comunque vada a finire - con un insegnamento, una sorta di morale. Danno l'idea di quadri, pictures at an exhibition, astratti o iperrealistici e non si può che osservarli, assaporarne la bellezza, la drammaticità, il taglio, l'incidenza della luce, la maestria dell'autore, l'impatto cromatico. Insomma, è un'esperienza estetica tout court. Ti ho sognato che erano grossomodo le 5. Lo so, perché mia moglie si è alzata dopo un poco e quando ha il turno di mattina si sveglia proprio a quell'ora. Mi è sembrato naturale ripercorrere  - questa volta con la coscienza bene all'erta - il sogno che evaporava, provare a non dimenticarlo. Mi avevi scritto un messaggio, come sto facendo adesso. Siamo (do un'occhiata in giro, mi trovo senz'altro nel mio ufficio; oltre i vetri del divisorio c'è gente che si affaccenda, qui invece c'è il silenzio delle piante, dei quadri e delle stampe, qualche libro, le circolari, tre meravigliose pubblicazioni di opere liriche (testo, cd, dvd) che ogni tanto, quando mi prende voglia, ascolto) siamo, dicevo, nella realtà della piena coscienza delle cose, quell'esercizio della mente che - inserito il senso del tempo - analizza, confronta, si concede malinconie e azzarda previsioni e a ben pensarci è come se tutto ciò che ho detto (intendo all'inizio, presentando il  contesto del mio sogno) fosse al di là di uno specchio e non mi fossi, non ci fossimo, tu ed io, mai mossi. Mi scrivevi, come sto facendo adesso; tu in un sogno, io in questa veglia confusa. Non mi conosci se non per un contatto una volta; peraltro fu un contatto del tutto incidentale (e ti rimando, come dire, la palla in questo istante, immaginandomela rotolare lungo un campo brullo e desolato; rotola, questa palla, per inerzia; velocità costante, nessuno sbalzo, verso un orizzonte - quale che sia - come in un quadro iperrealista). Mi mandavi dunque un link a cose tue scritte tempo addietro. C'erano tranches de vie, poesie, qualche appunto sparso. Non ho memoria di nulla: nessun dettaglio, nemmeno una parola, forse un'intestazione, qualcosa vagamente di verde e in grassetto. Ho memoria però del senso di condivisione; qualcosa come ciò che provo in questo istante. Ti scrivo da questa parte e tu mi leggi. Sei solo, chissà, incidentale, un desiderio.



(Mi chiedo, quando scrivo queste cose, che cazzo voglio dire)
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:11 | link |
categorie: fumus et fragmenta
martedì, 19 maggio 2009

2000 l'ora, una paga di merda

26/8/78
Tu dici che la vita è lavoro ed è così, certamente. Io ricordo com'è fatto il tuo modo di amare, così pieno di sofferenze, di discrezione, mentre ti passi la mano nei capelli e non parli, e lasci che le cose seguano il loro corso e il cuore ti si spezza. Io sto seduto sotto un albero, circondato da odore di paglia e ortiche. Sono stanco e sudato e mi ricordo di te. Semplicemente. C'è un cane che mi ha seguito tutto il giorno nel lavoro (sto raccogliendo le pesche a 2000 lire l'ora, una paga di merda) e ora riposa qui vicino, stanco anche lui. Questo cane ha il tuo sguardo ed è triste e sebbene tu possa pensare che queste siano divagazioni romantiche ti assicuro che è così. Ai miei piedi c'è un canaletto d'irrigazione, ma ora è chiuso e secco. Sassi e fango rinsecchito e qualche mosca, una bottiglia di vino più giù e cicche di sigarette, alcune accese, altre no. Il posto è bello e magari meriterebbe un ricordo migliore, ma io e il cane siamo tristi e stanchi (è la terza volta) e non abbiamo voglia di pensare cose particolarmente complicate. Le cose belle vengono da sé, rimane il problema di comunicarle; con un ricordo, con un odore, forse, con diecimila flashback di nostalgia (è una parola sostitutiva per "amore"?). Sì, caro-vecchio-giovane-padre-amico-compagno-fratello, le mie gocce di sudore, le mie lacrime di questo momento sono tue, come le preghiere al fuoco e alle stelle della notte carica di angoscia e di dolore. La vita è lavoro, è ricerca, è amara ed io non so se cercarla nella lotta allo stato o alla ricerca di dio. L'unica cosa schifosa che ci separa dai prati teneri di un tempo è dimostrare quel che si vale ed io devo fare un po' di danaro a prezzo di sangue per potermi allontanare dalla città mangia-affetti, per poter studiare (mi interessa, sai), per poter suonare, dipingere, piangere, scrivere, leggere. Io soffro quando suono, quando dipingo, quando piango, scrivo o leggo, come te sul letto il pomeriggio e in tutti i posti dove non posso attualmente vederti. Solo così io sento l'amore. Così io vivo e rido e piango. Come ora.

Mauro                                                                          Sommacampagna (Verona)
                                       
Un Bacio a tutti



Succede che metti a posto i cassetti (è una pratica burocratica post mortem anche questa, né più né meno che i vari certificati, girare per uffici, studi notarili, commercialisti), questo me lo ricordo, questo lo butto, questo lo regalo. Nell'angolo c'è un pacco con delle lettere (che non avrei mai letto, e difatti non l'ho fatto, ho letto soltanto questa perché ho riconosciuto la mia scrittura), biglietti di auguri e qualche disegno. Nel 1978 avevo 19 anni, non ero né carne né pesce dopo il liceo, ero (lo sono ancora, ma all'epoca di più) assai inquieto. Ci fu uno scazzo con mio padre un giorno, non ricordo il motivo, preparai le mie cose, uno zaino, la chitarra, aprii la porta di casa e me ne andai (tornai l'anno appresso, ma non ho voglia di parlarne). Non ricordavo d'avere scritto questa lettera, di averla scritta peraltro proprio a lui. Non ricordo di averne parlato in seguito. Ci leggo, trent'anni dopo, i germi di quel che sono diventato. O meglio, mi pare di non essere mai cambiato, di essere sempre stato quello, allora come adesso (certo, più stronzo adesso). Mi pare di avere già detto tutto allora, e molto, molto meglio.
postato da: fuoridaidenti alle ore 21:41 | link |
categorie: fumus et fragmenta, filialia, paternalia
giovedì, 14 maggio 2009

Fragmenta

Mi sei morto dentro tante di quelle volte quest'anno (pensarti morto, immaginarti morto), che adesso che ci siamo (perlomeno così sembrerebbe) mi sento completamente spiazzato, fuori sincrono con lo scorrere degli eventi...

"Quello che danneggia l'agonia degli uomini è il tralalà...".



postato da: fuoridaidenti alle ore 09:29 | link |
categorie:
mercoledì, 08 aprile 2009

L'Aquila non c'è più

postato da: fuoridaidenti alle ore 19:22 | link |
categorie:
lunedì, 30 marzo 2009

Cornice (Giulia Argnani)



Giulia Argnani, nel blog LaMatitaDiGiulia ha pubblicato la sua interpretazione di Cornice
postato da: fuoridaidenti alle ore 17:42 | link |
categorie: e graziassĂ i
mercoledì, 18 marzo 2009

Letargia (zefiro è dolce, sento Aprile alle porte)

Postare quello che i contatori statistici segnalano è come segnare a porta vuota, si sa.
Date un consiglio, dite qualcosa a sto disgraziato.


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18th March 2009 16:06:18 www.google.it/search?hl=it&q=MI E CAPITATO PIU DI UNA VOLTA CHE MENTRE FACCIO L%27AMORE CON MIA MOGLIE LEI SBADIGLIA E A ME QUESTO FATTO DA MOLTO FASTIDIO&btnG=Cerca con Google&meta=&aq=f&oq=
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postato da: fuoridaidenti alle ore 16:52 | link |
categorie: casi umani, truculenze

In qualche modo, in una qualche misura

Divano di casa mia, 17/3/2009, 22 circa, sto guardando chi c'è e chi non c'è su Feisbùk, mia moglie a fianco uncinetta, la creatura legge qualcosa e tra un poco andrà a dormire, la televisione è appicciata e va in onda  "Ballarò". Guidi, Confindustria. Nel suo intervento conto quattro "in qualche modo". Poi Cipolletta. "in una qualche misura". Ne conto cinque. Conteggio approssimativo il mio, certamente; in fin dei conti sto cazzeggiando al pc. Penso a Pontiggia, Giuseppe Pontiggia, alla sua voce che sembrava uscire con sforzo, voce di gola. Penso a Joyce, "I morti", commentati da Pontiggia. Penso a una strada che adesso faccio molto di rado. La percorrevo almeno una volta alla settimana. Potevo ascoltare la radio intanto che guidavo. Era sintonizzata sul terzo canale. Farenheit. Ecco dove mi porta Pontiggia. Anzi, dove mi porta "in qualche modo, in una qualche misura" Pontiggia. Certe volte ho partecipato a quel gioco che fanno a Farenheit, quello di indovinare il libro. E' passato qualche anno, diversi anni. Chiamavo col cellulare, quasi sempre non beccavo la linea. Una volta ci sono riuscito. Mi hanno risposto. Ho detto il nome del libro. "Il vecchio e il mare". "Esatto, però già è stato indovinato". Vabbe', resta la soddisfazione che qualcuno l'abbia raccolto. Che poi, se hanno già indovinato perché rispondi? stacca il telefono, no? Qualcuno su Feisbùk  mi fa notare che Cipolletta arriva a cesellare addirittura  "una misura che in una qualche misura" e il resto importasega. E' tutto un, come dire?, come dire. A me piace anche scriverlo per inciso, come dire. Penso alla 'O Connor e al linguaggio naturale. Ma se mi stai indicando una ricetta per la crisi economica, una formula che funzioni, che sia, come dire (mo' ci vuole come dire), una terapia, dunque qualcosa di efficace, qualcosa che deve eliminare un problema, cazzo, un problema assai grave, non puoi spiegarti dicendo "in qualche modo". Perché il problema, iocristo, è proprio qual è il modo.


IN QUALCHE MODO – Emergente, anzi emerso. In alcuni intellettuali avalla l'idea che, «in qualche modo», tutto si possa dire e che si possa dire tutto. Che la prigione è l'unico spazio libero che conosciamo. O che il presente è il ricordo del futuro. In qualche modo.

Giuseppe Pontiggia, "Le sabbie immobili"
postato da: fuoridaidenti alle ore 10:21 | link |
categorie: fanculamenti, fumus et fragmenta
martedì, 17 marzo 2009

Se solo ricordassi il nome, l'etichetta

Finì che mi stravaccai sul divano, la bottiglia appujata sullo sgabello Kartell di fianco, quello che pare un'anfora verde acido; insomma, questa bella bottiglia di grappa morbida barricata (non mi si dica nient'altro, non mi si dica la preferisco secca o che è stu barrique o che il barrique nasconde le magagne perché altrimenti obietto che sì, questo accade sovente, ma la grappa in questione, di cui non rammento il nome, questo a causa di quel che poi avvenne e che ancora non ho detto, la grappa summenzionata, stavo dicendo, che poi a me questa parola, intendo menzionare, fa venire a mente minzione, dunque pisciare, un po' come supporre, supposizione, banale, lo so, ma mi riporta a supposta, suppurazione, sicché brufoli schiattati, pedicelli, lo squizzo di grasso e le madonne tra i denti per queste unghie cattive che vanno a spremerti, a strizzarti, schizza dovunque il grasso del brufolo e stai attenta perlamadonna! c'è caso s'azzecca sul colletto della camicia e magari c'è il filetto finale (non ti dico filetto che mi fa pensare), il filetto di sangue che dà quel punto di colore e di 'nguacchio irrimediabile su quella cazzo di camicia, da un lato lo 'nzevato del pedicello, dall'altro il sangue, mi sa che 'sta bottiglia me la finisco e vafangul' ai cinquant'anni.


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postato da: fuoridaidenti alle ore 15:36 | link |
categorie: fumus et fragmenta, truculenze
domenica, 08 marzo 2009

Cornice (Ricami di Colla)



Lara Norscia, nel blog Ricami di Colla, ha pubblicato la sua interpretazione di Cornice.

Nel post con cui presenta il suo lavoro Lara cita uno dei miei libri preferiti.
postato da: fuoridaidenti alle ore 15:39 | link |
categorie: sciapò, e graziassài